Pillole di tutto un po’ – Il valore delle cose

Sarà il periodo che stiamo vivendo, tra guerre e pandemie, sarà il caldo che ci soffoca, sarà la mia naturale inclinazione al riciclo e alla moderazione, sarà che mi faccio grande e percepisco sempre più la necessità di non attaccarsi alle cose; saranno tutte queste cose insieme o forse è solo perché ho passato il fine settimana con la ramazza in mano minacciando di morte le mie figlie se non avessero ordinato tutti i loro oggetti, sparpagliati su cinque piani di casa che manco la fissione nucleare dell’uranio impoverito scatena una reazione a catena come quella che producono loro in una settimana.

Fatto sta che l’argomento di cui parlo oggi mi sta girando per la testa da un po’.

A casa nostra abbiamo un evidente problema con la cura delle cose: non so perché, non so dove ho sbagliato, ma le mie figlie faticano proprio a trattare gli oggetti, anche quelli di valore, con la cura richiesta.

Allo stesso tempo abbiamo una mania (certamente indotta da me e da mia madre) per il riutilizzo degli oggetti al fine di allungarne la vita utile: un cartone delle uova, per esempio, può trovare mille utilizzi, così come un tappo di sughero o un calzino spaiato.

Inoltre siamo in grado di attribuire a oggetti umili un valore inestimabile (sia esso fantastico o affettivo). Ogni ritrovamento può essere un tesoro: i sassi del fiume vengono custoditi come pietre preziose e le foglie secche ammucchiate in contenitori vari (che gliele devo buttare via di nascosto); così anche pezzi di gomma da cancellare, cartoncini, fiocchi, scampoli, perline o cocci di maiolica.

In realtà, i due aspetti suddetti vanno a braccetto: le mie figlie non sanno (o non sanno ancora) attribuire alle cose il loro giusto valore.

Quindi gli orecchini d’oro o la felpa nuova ricevono quasi lo stesso trattamento di un fiore colto nel campo, di un bicchiere di plastica usa e getta o di una clip per i capelli a forma di unicorno.

Succede allora che ogni tanto la quantità di entropia presente in casa superi la quantità di disordine visivo che i miei occhi riescono a tollerare. Allora esplodo anche io. Ma non sbotto all’improvviso, come colta da un colpo apoplettico. No, piuttosto la mia è una marea che monta lentamente ma inesorabilmente. Fino a diventare uno tsunami.

Quando all’ennesimo rimprovero, seguito da imprecazione in turco-aramaico, assisto impotente alla loro indifferenza rispetto al caos che la fa da padrone e soprattutto alla mia frustrazione, vengo colta da disperazione indicibile.

Vorrei allora avere una bacchetta magica, o direttamente un mago, che intervenga al posto mio e motivi le mie orribili creature a darsi una mossa e a fare propria la necessità di mettere a posto.

Esse, sdraiate in scomposta e annoiata inerzia sul tappeto del salone, esercitano la loro aggressività passiva adducendo scuse delle più varie (ho mal di pancia, mi ha pizzicato una zanzara, ho fame-sonno-freddo-caldo-sete-mal di testa, ma non sono stata io, ma quel gioco non è mio, non ce la faccio…) oppure semplicemente permanendo in un silenzio beffardo.

A volte riescono persino a continuare i loro giochi ignorando totalmente la mia voce e anche i miei atteggiamenti ostili, con beffarda indifferenza, cosa che ovviamente ferisce a morte il mio orgoglio di adulto ignorato.

Allora scattano due meccanismi divergenti nella mia testa:

1- tristezza e sconforto con grande senso di fallimento (ma cosa sbaglio? Perché non me se filano de pezza?);

2- rabbia e frustrazione con molti decibel tra le mie corde vocali.

È lo tsunami che irrompe.

A quel punto, pur senza bacchetta e senza mago, qualche cosa succede nelle mie figlie, che scattano su come tre grilli e cominciano a muoversi alacremente come formichine per la casa sistemando le loro cose.

Ma perché arrivare sempre al punto di rottura?

Quante volte mi sono chiesta quale percorso più efficace mi avrebbe condotta a un risultato migliore. Ne ho provati tanti, eh! Con gli effetti più variegati. Devo dire che alla fine dei conti, quando si arriva a quei livelli di disordine che ti verrebbe solo voglia di chiuderti la porta di casa alle spalle e andare a fare una passeggiata, l’urlo è sempre l’arma più rapida ed efficace. In barba a tutti i metodi pedagogici di educazione cosciente e quant’altro. Sfido io qualsiasi autore di quei fantastici manuali a sfondare il muro di resistenza passiva che le mie figlie sono in grado di costruire quando ci si mettono!

Poi, per fortuna, questa roba qua non succede spesso. Generalmente l’educazione al valore delle cose e alla cura degli oggetti la pratichiamo ogni giorno, col dialogo, il ragionamento, la motivazione; anche mettendole di fronte alla relazione di causa effetto (se non mi preparo correttamente lo zaino di ginnastica, quando andrò ad allenarmi mi mancherà il body o l’acqua).

Ma devo dire che è una fatica immane, che si aggiunge a giornate già piene, dense di variabili e dettagli organizzativi, imprevisti da risolvere, necessità da accogliere, piccole e grandi incombenze, ore di attività intensa e dedicazione a tempo pieno. Insomma, senza essere falsa: né è facile né mi ritengo brava a gestire questo aspetto qua. È davvero una lotta contro titani.

Ma, se non ricordo male, Davide sconfisse Golia…

Non mi scoraggio, quindi. Preparo la mia fionda, mi sbaglio, correggo il tiro, mi risbaglio, e ricorreggo il tiro; metto le mie munizioni nel sacchetto, giorno dopo giorno, a volte più sconfortata, a volte animata da un imprevisto successo.

E poi, quando il sacchetto si svuota e la vista offuscata non mi permette di vedere bene il bersaglio, mi ripeto la famosa frase: a diciotto anni avranno cura delle loro cose (spero).

Altrimenti ci sarà sempre l’opzione di cacciarle di casa!

Laura Minguell Del Lungo

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Oltre a tenere questa rubrica, Laura ha scritto anche due romanzi: “Lucertole” e “Gli angeli di Barcellona”. Per approfondire o acquistare i suoi libri: LaVitaFelice.it e Amazon.it : laura minguell del lungo