Pillole di tutto un po’ – L’importanza dei dettagli

Non so voi, mamme numerose, ma io vengo spesso additata come precisina rompiscatole e troppo esigente.

Non lo sono, ve lo assicuro.

Mi ritengo solo una attenta i dettagli: i dettagli, spesso, fanno la differenza.

Voi lo sapete meglio di me. Ci sono dei minimi sindacali da rispettare all’interno di una famiglia numerosa. E i dettagli spesso fanno la differenza non solo tra fare una cosa bene o male, ma a volte anche tra farla o non farla.

Nel mio mestiere di medico anestesista lo vivo quotidianamente: la precisione in un procedimento invasivo, l’esattezza di una prescrizione medica, la correttezza di un certificato, la completezza di una valutazione clinica sono tutti aspetti che contribuiscono al buon risultato della prestazione.

I dettagli.

Oggi voglio parlarvi di un argomento difficile. Voglio raccontarvi una storia, che forse non è adatta al pubblico più impressionabile. Ma che riguarda invece un argomento di estrema rilevanza: il trasporto dei bambini in automobile.

Io appartengo a quella generazione di sopravvissuti che viaggiava sul sedile posteriore facendo capriole. I miei genitori avevano acquistato una splendida amaca Chicco da automobile, una rete sospesa tra due estremi che, al buon bisogno, in caso di incidente stradale, fungeva da catapulta per neonati. Io e mio fratello abbiamo compiuto innumerevoli viaggi, durante la nostra infanzia, Roma-Barcellona in automobile facendo le lotte sul sedile posteriore tra valigie e cuscini, felici e allegri come pasque.

Oggi sarebbe impensabile, almeno in situazioni di normalità e alle nostre latitudini. Esistono milioni di modelli di seggiolini per automobili per tutte le forme e le dimensioni, i gusti e le necessità. Non vi parlo di questo. Esistono siti specializzati e gente che ne sa molto più di me.

Il messaggio che voglio trasmettere è un altro, ed è molto semplice: usateli e usateli bene. Sembra una banalità, ma è invece di estrema importanza. Perché usare correttamente il seggiolino auto, può fare, in caso di incidente, la differenza tra la vita e la morte.

Chiamatelo dettaglio.

E non venite a dirmi che voi l’incidente non lo fate, perché si chiama INCIDENTE proprio perché “cade dentro”, cioè ti piomba addosso. La Treccani definisce incidente “un avvenimento inatteso”. Se gli incidenti fossero previsti si chiamerebbero, non so: “disturbo programmato”, “previsto fastidioso”, “dramma a orologeria” o “appuntamento con la morte”.

Invece gli incidenti succedono quando non te lo aspetti. Quindi bisogna essere pronti sempre.

Le mie figlie lo sanno.

Per cui non vi parlerò di statistiche, non vi spiegherò che la maggior parte degli incidenti stradali avviene in città a velocità inferiori ai 50 km orari. Vi parlerò di Serena (nome di fantasia), una bimba a cui è dedicato il capitolo 18 del mio romanzo Lucertole. Serena purtroppo non è più in questo mondo, a causa di un “dettaglio”.

Scommetto che già immaginiate di che dettaglio si tratti.

Vi regalo un piccolo stralcio.

“Serena si trovava al nido e sua madre Agnese era appena andata a prenderla.

Era un tiepido pomeriggio autunnale, dall’aria dorata e truffaldina. […] Serena, a dispetto del suo nome, era una bimba vivace, a volte scalmanata. Era davvero impegnativo starle dietro. Quella notte, poi, aveva fatto dei butti scionni, così Agnese si era alzata nel pieno del sonno per consolare, calmare e riaddormentare la figlia, cosa che peraltro aveva richiesto molto tempo.

Agnese era stanca, lavorava a tempo pieno […]

Salendo in auto la bimba, eccitata dall’idea di riavere il papà a casa, si rifiutò categoricamente di sedere nel suo seggiolino. Agnese, vinta dalla stanchezza, all’ennesimo deciso rifiuto della bimba, sulle note di una snervante cantilena che recitava: «Vollio sedemmi davanti! Vollio sedemmi davanti!», decise che per una volta si poteva pure fare un’eccezione, del resto il tragitto era breve e in fondo cosa poteva mai succedere, proprio oggi?

Così la bimba si accomodò davanti.

«Allaccia la cintura, però!» le disse la madre.

«Ma mi dà fattidio, mamma!»

«Allacciala, se no ti lascio qua!»

Per niente convinta dall’inconsistente minaccia della madre, Serena trascinò con pigrizia la cintura di sicurezza davanti a sé, fino ad allacciarla, per poi schiacciare il pulsante e sganciarla di nuovo, così da poterla riagganciare, e così via, in un gioco continuo di tlac-clac tlac-clac.

«Serena, smettila!»

La bambina obbedì all’istante, abbandonando il gioco proprio nel momento in cui, per l’ultima volta, aveva premuto il bottone rosso dell’aggancio. Clac. Sganciata.

Silenzio.

Agnese si rilassò, mentre Serena seguitò in silenzio a giocare con il bordo della cintura di sicurezza, facendo scorrere l’indice minuto avanti e indietro, immersa in chissà quali meditazioni bambinesche.

Agnese si rilassò, finalmente. Che pace, che sonno.

«Quasi quasi… Vorrei dormire, solo dieci minuti. Solo un po’…»

Fu un attimo, un secondo, un lunghissimo interminabile istante in cui Agnese chiuse gli occhi.

E poi fu il buio.

«Centrale a Mike due. Avete un codice PT: via Aurelia Antica, incrocio con via di Bravetta. Auto contro muro di Villa Pamphili, due vittime. Un minore. Polizia municipale in arrivo. Numero del servizio: otto-sette-sei-cinque-zero-due- otto-quattro-sette.»

«Mike due a Centrale. Ricevuto.»

L’ambulanza sfrecciava con la sirena spiegata a tutta velocità lungo le strade trafficate, tra gli sguardi più o meno indifferenti della gente.

All’arrivo sul posto trovò una macchina accartocciata contro le antiche Mura Aureliane, con la polizia che aveva già messo in sicurezza la scena e una madre, visibilmente sotto shock, che teneva in braccio il corpo esanime di sua figlia. […] “

La storia continua, vi lascio immaginare. Ma la cosa peggiore è che è proprio una storia vera. E come questa, ce ne sono moltissime altre, tutte con qualcosa in comune: la mancata attenzione per dei dettagli.

Fate viaggiare i vostri bambini sempre sui loro seggiolini, che siano adatti al loro peso e alla loro altezza; fateli viaggiare sempre ben allacciati, con la giusta tensione delle cinghie, fategli capire l’importanza di quel piccolo gesto.

Se in quarant’anni siamo passati dall’amaca-catapulta Chicco ai moderni seggiolini che paiono navi spaziali (ce ne sono alcuni che secondo me se schiacci un bottone preparano la merenda e imboccano il bambino), ci sono dei motivi. La sicurezza si perfeziona, purtroppo, a suon di fallimenti della stessa; l’esperienza insegna, i fatti permettono di valutare i punti deboli delle tecnologie esistenti e suggeriscono idee per mettere a punto sistemi migliori.

I figli di noi sopravvissuti son fortunati: dispongono di tecnologie migliori di quelle dei nostri tempi. Usiamole.

E usiamole bene.

Non sappiamo mai quando arriverà il giorno in cui quel “dettaglio” sarà la cosa migliore che abbiamo mai fatto.

Laura Minguell Del Lungo

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Oltre a tenere questa rubrica, Laura ha scritto anche due romanzi: “Lucertole” e “Gli angeli di Barcellona”. Per approfondire o acquistare i suoi libri: LaVitaFelice.it e Amazon.it : laura minguell del lungo