Pillole di tutto un po’ – Voglio andare a Rio!

A quanti di voi piace il Carnevale?

Ho sempre osservato che il Carnevale crea divisione, tra chi lo ama e chi lo odia. Io lo amo, l’ho sempre amato, adoravo le feste in maschera da bambina e poi da ragazza. Ma c’è una cosa che odio profondamente del Carnevale nostrano: fa freddo. Fa freddo, a Carnevale, caspita!

Come si fa a fare una festa del genere in pieno inverno?! Una festa in cui bisogna indossare travestimenti di sottile poliestere o vestitini di raso, veli, tulle e pizzi? Non si può! Ricordo da bambina quelle maschere bellissime da giapponese, da cinese, da Biancaneve, da ninja, da damigella o marinaio, mortificate sotto a volgari piumini invernali. I trucchi in viso sbavati a causa dei cappellini e del moccio che colava dal naso. Ma non si può! Non è giusto.

Bisogna fare come a Rio de Janeiro: celebrare il carnevale d’estate, col caldo. Così chi vuole può andare in giro in costume, e chi si vuole vestire da orso polare… be’: affar suo. Però intanto bambini (e adulti) ne godrebbero.

Io propongo un carnevale estivo, tipo a luglio. A luglio non c’è nessun giorno festivo, in Italia. Facciamo un secondo Carnevale: La Rivincita dei Freddolosi, o il Carnestale. Secondo me è un’idea vincente.

Comunque, credo che proprio per questo esistano le feste in maschera, così uno sta dentro un ambiente chiuso e può sfoggiare il proprio abito, per succinto o etereo che sia, in libertà, senza congelarsi più di tanto. Mi piacerebbe tanto andare a una festa in maschera a tema, ora che sono grande. Ma non conosco nessuno abbastanza simpatico da organizzarne una.

Ogni volta che si avvicina il Carnevale, penso che vorrei andare a Rio. Mentre scrivo, penso alla mia amica Nunzia che si è trasferita in Brasile. Ah il Carnevale, di Rio, col sole caldo e i vestiti succinti…

Ma devo dire, come mamma, che ‘sta cosa del freddo è un problema solo mio. Alle mie figlie non gliene frega niente se fuori fanno cinque gradi: il desiderio o meno di partecipare alla Rua del Carnestoltes (che qui in Catalogna sarebbe il corteo di carnevale) è assolutamente indipendente dalla temperatura esterna. I fattori che dominano questa decisione, tutt’ora, dopo dieci anni di mammità, ancora li ignoro. Mi spiace, quindi, poter fornire al riguardo solo delle ipotesi.

Ma devo dire che un po’ temo il giorno della Rua: immagino me stessa intirizzita dal freddo, correndo appresso a tre figlie che si perdono tra cappelli a punta e ombrellini di carta, spingendo il passeggino tra la folla, distribuendo grissini e cercando di convincere le mie figlie che non hanno sete -perché ho finito l’acqua- con l’ansia che il pannolino di Viola sia da cambiare e infine mi vedo alla fine della Rua, a venti minuti a piedi da casa, nel buio gelido delle sere di febbraio, in un’esplosione sincrona di “Mamma, ho sete-freddo-fame-pipì-cacca-sono stanca”. Insistere per andare alla Rua sarebbe quindi un vero autogoal.

Comunque credo che le mie figlie non ci tengano particolarmente perché hanno davvero un sacco di maschere, delle quali molte hanno provenienze incerte. Regali, eredità, ritrovamenti, lasciti o auto-fabbricazioni. Abbiamo quattro casse di maschere di vario tipo, compresi accessori, più un baule. Ogni tanto decidono di mascherarsi e compaiono assortite in vario modo: un pesce, una principessa e un pagliaccio; oppure un leone, una fata e un sub.

Fatto sta che le maschere sono uno dei mille modi in cui si inventano giochi insieme, giochi di fantasia, liberi, in cui tutto è concesso, tranne quello che l’altra non vuole. “Mamma! È che Irene dice che i conigli non parlano, io invece ero un coniglio che parlava!”.

Ecco: dirimere questi dissapori è uno dei compiti più complicati, per me. Perché in effetti hanno ragione entrambe. Ma piccoli incidenti a parte, vederle giocare così è una meraviglia. Sono allegre e spontanee, piene di fantasia, di gioia di vivere ed entusiasmo, di curiosità e di luce. Le guardo, traballanti sui tacchi di plastica mentre scendono le scale (e io spero in silenzio che non scivolino rovinosamente sullo strascico del vestito); Irene vestita da Morticia Gomez, Greta da Ladybug e Elena da Mary Poppins, e sono così buffe e belle che mi si stringe il cuore.

E mi danno anche un po’ di malinconia, perché io non so quant’è che non mi maschero con quel gusto, e comunque da bambina me le sognavo tutte le maschere che hanno loro: ne avevo due o tre al massimo per ogni ciclo di età, di cui alcune ereditate da mio fratello. Quindi alcuni anni ero costretta a travestirmi da D’Artagnan, o da Indiano d’America, quando io sognavo l’abito coi cerchi a balza. Volevo vestirmi da principessa Disney, o da regina delle fate o da damina del ‘700. Invece mia madre mi dipingeva i baffi e mi metteva il cappello col pennacchio, poi diceva: “Sei bellissima!”.

Per cui quando ebbi il mio abito da Cenerentola cucito dalla sarta su misura, con preziose sete orientali intessute di fili dorati, che sembravo uscita da una bomboniera, pensai di essere la bambina più felice del mondo. Peccato che l’anno successivo il vestito non mi entrava più.

Le mie figlie ora se lo litigano, quell’abito, ma è solo una questione di marcatura del territorio. In realtà non hanno più di tanto tali velleità femminee: guardano più al divertimento.

Colorano i loro pomeriggi delle domeniche casalinghe con i travestimenti di ogni dove e di ogni quando. Nei loro mondi mascherati non esistono genere, età, taglie (questa è la cosa più buffa) né leggi fisiche. Fanno buffissime sfilate di leoni domati da cameriere alate, o di scienziati pazzi che trasformano le fate in fiori.

Il ché è tutto davvero meraviglioso, ma il risvolto negativo è che il giorno in cui tocca andare a fare la Rua de Carnestoltes capita spesso che mi dicano: “Uffa! Non vogliamo andare…”. E io, che di voglia di prender freddo non ne ho nessuna, sposo subito la loro pigrizia e dico: “Va bene, bambine mie, facciamo quello che volete, facciamo quello che vi pare perché… a Carnevale tutto vale!”.

Però certo, un po’ mi dispiace, perché in fondo uscire tutti insieme mascherati infischiandosene di essere buffi, è molto divertente. Non fa niente se gli altri lo interpretano come follia, anche se a volte ci penso. Qui in paese mio marito e io abbiamo un certo ruolo sociale (il Chirurgo e l’Anestesista) e magari a qualcuno potrebbe sembrare disdicevole se andassimo in giro con abiti strampalati. Ma a Carnevale, appunto, ogni scherzo vale.

E poi, diciamocela tutti, sotto ai piumini invernali manco si capisce da cosa caspita sei mascherato.

Certo, se fossimo a Rio, sarebbe tutto un altro paio di maniche…

Laura Minguell Del Lungo

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Oltre a tenere questa rubrica, Laura ha scritto anche due romanzi: “Lucertole” e “Gli angeli di Barcellona”. Per approfondire o acquistare i suoi libri: LaVitaFelice.it e Amazon.it : laura minguell del lungo