A chi somigliano?

“Mi dispiace per te, ma somiglia tutto a X” mi disse un quasi sconosciuto, riferendosi al mio primogenito, allora di due mesi, e di cui il personaggio in questione aveva visto soltanto mezzo piedino sbucare dalla fascia. X è un parente dal lato di mio marito e che il suddetto personaggio riteneva in questo strambo modo di omaggiare.

“Ma a me non dispiace!” gli ho risposto io, quasi urlando perché lui nel frattempo si era allontanato.

Ho scoperto così che, quando nasce un bambino, nasce anche una ricerca spasmodica di somiglianze vere o presunte, volte a marcare il territorio del futuro, a crearsi illusioni, a porre una sorta di sigillo su quella creatura nuova e speciale, mettendo su quelle piccole spalle il peso della propria rivincita su ciò che la vita non ci ha dato.

Il tutto viene condito da un maschilistico senso di competizione (“mi dispiace per te”), che però è qualcosa di completamente estraneo a ciò di cui si nutre e contemporaneamente anima una neomamma: cura, dedizione, appartenenza reciproca, empatia, stupore, cooperazione.

Capiamoci, mi ha sempre colmato di tenerezza vedere nei miei figli un tratto -fisico o emotivo- dei miei genitori o dei miei suoceri: la faccia arrabbiata di Simona così simile a quella di mia mamma quando è contrariata, lo sguardo di Giovanni quando dal seggiolone puntava un cibo desiderato uguale a quello di mio suocero, il timore del mare di Filippo così simile a quello di mio papà che non ha mai imparato a nuotare, la frase “tu dire” di Simona -che significa “tu devi dirgli”- identica all’espressione siciliana “tu c’ha diri” di mia suocera.

Mi commuovo quando il profilo di Giovanni e il suo carattere sognatore e sensibile mi ricordano mio fratello, volato via proprio quando le gelosie dell’infanzia stavano lasciando il posto ad una complicità tutta nostra, e la stessa cosa succede quando rivediamo in Filippo una qualche caratteristica di mio suocero, che purtroppo non ha potuto conoscere il suo terzo nipotino.

Ciò che detesto invece è quando la somiglianza non è più scoperta con dolce meraviglia ma pretesa e guardata come un trofeo, quando scavalca ampiamente il rispetto per la neomamma e per il momento delicatissimo e prezioso che sta vivendo.

Quando è nato il mio Flippo ero molto affaticata dal cesareo e dispiaciuta di non averlo potuto avere con me nelle sue primissime ore di vita. Sentirmi dire al telefono non “come stai?” ma rivendicazioni di somiglianza è stato decisamente fastidioso.

Tra l’altro, non so i vostri, ma i miei figli appena nati, rossicci e accartocciati, non somigliavano proprio a nessuno… anche se ascoltare un “ti somiglia” poco dopo il parto fa comunque bene al cuore! È un modo semplice e diretto per dire “non importa se le cose non sono andate come volevi, non importa se l’allattamento è più faticoso di quel che pensavi, non importa se ti senti in un frullatore… quella meraviglia che hai accanto l’hai fatta tu!”.

Ora che non sono più neonati accartocciati, mi diverte e mi intenerisce vedere le somiglianze dei miei bimbi con il loro papà: la faccia arrabbiata di Simona durante uno dei suoi primi bagnetti (la temperatura dell’acqua non era di suo gradimento) e i suoi occhietti che diventarono per un attimo quasi triangolari nella medesima espressione che ha mio marito quando è davvero seccato (da quel momento è diventato realmente difficile rimanere seria quando litighiamo!), i tratti del viso di Giovanni uguali ai suoi, soprattutto quando si rivolge alla sorellina, magari ripetendo le stesse parole che il papà dice a lui, quel mix di dolcezza e furbizia che hanno gli occhi di Filippo e che un numero non specificato di anni fa mi ha fatto innamorare di lui.

Vedo senza false modestie anche la somiglianza dei miei figli con me e mi inorgoglisco perché l’idea di somigliare a qualcosa di così bello è magnifica. Mi accorgo soprattutto di tante similitudini di carattere, in particolare con il mio primogenito. Talvolta sono somiglianze che scavano dentro e bruciano come ferite perché la caratteristica più difficile da accogliere in un figlio è proprio quel tuo difetto che tanto ti ha fatto soffrire e che non ti ha fatto sentire amato per quello che sei.

Si tratta però dell’occasione per una vera rivincita, per fare pace con il passato e riversare sui figli e su di sé quell’amore incondizionato che non si ha ricevuto. Non è semplice perché bisogna abbattere la corazza che ci si è costruiti addosso e mettere a tacere quelle voci, contrariate nei nostri confronti, che urlano ancora nel nostro cuore. Quando ci si riesce, finalmente ci si libera dai retaggi e dai sensi di colpa e si abbraccia, insieme al figlio, anche il bambino che siamo stati.

Se la somiglianza con il mio sensibilissimo Giovanni è medicina -amarognola talvolta- e cura, la differenza tra la mia indole e quella di Simona è qualcosa di potente e di meraviglioso. La mia mezzana ha il carattere di una guerriera e una gioia cristallina capace di far sbocciare la primavera anche al Polo Sud. Il suo essere semplicemente solare è qualcosa di travolgente e si accompagna ad una grande genuinità nel suo esprimere la rabbia, la paura e la tristezza. Non ha timore di chiamare per nome le sue emozioni negative e di esprimerle e questo mi inorgoglisce tanto quanto il suo emanare felicità.

Mi sono chiesta tante volte da dove venisse fuori questa sua indole, che né io né il suo papà possediamo. Mi sono risposta che ci deve essere stato un tempo in cui anche io ero così (non meravigliosa quanto lei, però) ma è caduto nell’oblio e ora lei me lo ricorda. Avete presente quando riguardate le foto di n chili e n anni fa? Ecco, Simona, semplicemente esistendo, mi invita a mettere un po’ a dieta il cuore per ritrovare quella forma dell’animo smagliante e perduta.

Spesso le persone notano quanto i miei figli si somiglino tra loro: io, che sono più abituata a vederne le differenze di fisionomia ma anche di gusti, preferenze, bisogni, lo apprezzo moltissimo. Mi sembra infatti che questa somiglianza sia come un filo rosso invisibile che li leghi lasciandoli liberi e che rimarrà loro addosso anche quando ognuno avrà trovato la sua strada.

In questo preciso istante, stanno dormendo e i loro respiri cadenzati si mescolano creando una melodia dolcissima. Simili, diversi, unici i suoni che emette l’aria quando esce dai loro nasini, esattamente come sono loro. Lo ammetto: mi è molto più naturale contemplarli con uno sguardo olistico che spezzettarli mentalmente alla ricerca dei tratti di vari antenati.

E mentre li guardo dormire, mi sorge nel cuore una domanda: e se avessimo sbagliato domanda? Se il punto di partenza fosse semplicemente errato?

Se i figli vengono da noi, e noi arriviamo dai nostri nonni, è spontaneo e sensato cercare somiglianze. Ma se non fosse così? Se i bambini arrivassero da una realtà altra, più vicina che mai alla vita nella sua essenza, e ne portassero ancora le tracce vivide e pulsanti? E noi, che da quell’origine ci siamo allontanati un po’, fossimo chiamati a risvegliare quei tratti grazie a loro? Non sarebbero più allora i nostri figli a somigliarci ma noi a mantenere ancora qualche somiglianza con loro.

La capacità di leggere dentro di Giovanni, la sua profonda sensibilità e il suo desiderio di difendere sempre chi gli sembra più debole, la gioia pura di Simona e il suo volerci rendere tutti felici, la limpidezza dolce di Filippo e la sua voglia di esplorare il mondo diventano insieme strumenti e caratteristiche da assimilare per diventare più simili semplicemente a noi stessi, più connessi tra noi e alla vita stessa, più veri.

Ogni persona è un mistero di unicità e nei bambini questo mistero profuma di antico, di primordiale, di Paradiso (nel senso più ampio del termine). Le somiglianze che vediamo tra loro e noi forse sono le strade più semplici da percorrere per sentire anche solo per un attimo quel profumo che loro portano ancora addosso.

Diletta

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Diletta ha scritto anche un libro per bambini: Caccia al tesoro per veri fratelli maggiori (anche sorelle va bene)