Pillole di tutto un po’ – Me lo dai un bacino?

Chi di voi non si è sentito rivolgere questa domanda milioni di volte durante l’infanzia?

Quante volte, sull’uscio di casa, siete stati invitati a salutare il vecchio zio dall’alito pesante con un bacino? Oppure costretti dietro minaccia a depositare il famigerato bacio sulle guance pesantemente imbellettate di un’amica di mamma, che per voi era una sconosciuta?

Io ne avevo una, in particolare, che ogni volta che mi vedeva mi riempiva la faccia di saliva e mi strizzava le guance paffute, pensando forse fossero dei marshmalllow. Allora, quando sapevo che veniva lei, correvo a nascondermi sotto al letto nel soppalco, il luogo più remoto della casa, non appena sentivo suonare il citofono. Ma il mio nascondermi era solo un rimandare. Inesorabilmente avrei dovuto sottopormi al rito del bacio.

Forse mi sbaglio, ma credo che la generazione dei miei genitori sia ossessionata dal saluto col bacio.

Senza voler fare sociologia spiccia, ché non è il mio campo, è chiaro che i settantenni di oggi provengono da un’epoca precedente, in cui molte cose si facevano per dovere, e molte poche per piacere. In cui le convenzioni venivano prima di tutto, le maniere erano ciò che definiva le persone e la morale era il valore assoluto. Le famiglie erano tutte più simili le une alle altre, rispetto a oggi, e i bambini avevano un posto definito e molto piccolo all’interno dei nuclei e della società: non ci si aspettava che uscissero da quei ranghi.

La mia generazione è stata invece sottoposta a un’educazione più estemporanea e diversificata, in cui la rivoluzione sessuale, il boom economico, i grandi cambiamenti sociali, come il divorzio, la lotta per l’uguaglianza di genere, le innovative teorie psicologiche, si sono susseguiti in tempi e modi diversi nei vari strati sociali, generando un potpourri di situazioni familiari variegate e un ribaltamento della morale pubblica.

Anche se ai tempi non era conveniente mostrarlo più di tanto, già negli anni ’80 ci si poteva imbattere in qualche famiglia “strana”. C’era quella coi genitori non sposati ma conviventi, quella coi genitori che non avevano mai vissuto insieme, c’erano i figli dei migranti nordafricani, la famiglia con la madre single, e poi c’erano quelle convenzionali, che erano la stragrande maggioranza.

Io ricordo con chiarezza che quando i miei si separarono, inizi anni ’90, io mi vergognavo di dirlo: era comunque una cosa inusuale e sicuramente non molto ben vista. Non voglio dire che oggi la separazione sia una roba bella, credo che la frattura in una famiglia sia sempre, in ogni caso, un momento doloroso. Ma senza meno è uno strumento giuridico e sociale che permette alle persone di cercare la propria felicità anche dopo aver fatto delle scelte importanti che forse non erano le più giuste in quel momento. Senza condannare le persone a vivere per sempre incatenate in una vita che non fa per loro, solo perché un giorno, anni addietro, avevano detto “sì”.

Ecco: ognuno ha la sua opinione in merito, e non è compito mio discuterla. Ma è indubbio che il tessuto sociale del mondo in cui sono nata io e quelli della mia generazione sia stato molto diverso da quello in cui erano cresciuti i nostri genitori. E diverso ancora da quello in cui vivono i nostri figli.

Oggi vediamo a scuola bimbi di tutte le nazionalità e di tutti i colori, genitori single, genitori separati, bimbi nati in provetta, bimbi nati da un rapporto occasionale, bimbi cresciuti dai nonni, bimbi di tutti i tipi. Sono tutti diversi e tutti uguali.

Ma quello che sicuramente non è uguale è la morale sociale. Ai tempi in cui mio padre andava a scuola coi calzoncini corti e i calzettoni lunghi, le ginocchia sbucciate e gli scarponi di cuoio, c’erano delle norme comportamentali chiare, conosciute e condivise. Ora non è più così. Ora ogni casa ha le sue regole.

Noi ci siamo trovati un po’ in mezzo, tra un mondo in cui la convenzione era alla base della società, in cui l’educazione emotiva non era annoverata tra le cose del Creato, e un mondo, quello attuale, in cui tutto è relativo e in cui forse si dà fin troppa importanza a certi aspetti dell’universo infantile.

Perché vi parlo di tutto questo?

Perché siamo stati educati a pensare che dare un bacino all’adulto che arriva o se ne va sia un dovere alla pari, non so, di lavarsi le mani prima di pranzo. Invece non è così. Nella mia esperienza e a mio giudizio, pretendere che una persona (perché i bambini sono persone. Piccole, ma pur sempre persone) ne baci un’altra solo per convenzione è una forma di violenza. In fin dei conti si pretende che l’infante metta a disposizione di un adulto il proprio corpo. Ci sono infiniti motivi per cui un bambino può non desiderare di dare o ricevere un bacio da qualcuno: l’odore, il timore, il sentirsi intrappolati in abbracci indesiderati, la repulsione per le labbra umide sulla guancia e chi più ne ha più ne metta.

Pretendere il bacio è una costrizione, che trasforma in formalità un atto che dovrebbe essere spontaneo, immediato, estemporaneo, espressione dell’emozione di un momento o di un sentimento profondo.

Come diceva la nostra Diletta a proposito del GRAZIE nel suo bell’articolo “Non conosci la parolina magica?”, non si può forzare l’espressione di un sentimento, in quel caso la gratitudine. Lo stesso vale per il bacio: non si può forzare l’espressione dell’amore, dell’affetto o della benevolenza.

I bambini baciano ognuno in quantità e per motivi diversi: Elena bacia solo mamma e papà, le sorelle e ogni tanto la nonna, le fa un po’ senso il contatto fisico stretto con altre persone e ha difficoltà anche ad abbracciare chi non sia intimo; Irene invece è tutta fisica, abbraccia tutti con entusiasmo, non lesina i baci con i familiari, li dà anche ai pupazzi, alle immagini dei libri che le piacciono e cerca sempre il contatto; Greta è una buona via di mezzo, essendo disponibile alla vicinanza e al contatto ma senza strafare; Viola è ancora così piccola che per ora i baci li subisce, soprattutto quelli delle sorelle, e fino a che non cresce non sapremo se le saranno piaciuti.

Ma spesso sento dire dagli adulti che frequentiamo: “A queste bambine non piacciono i baci…”. Come se il mondo si dividesse in due categorie di bambini: quelli che amano i baci e quelli che li odiano. Non è così, piuttosto ciascuno tende a dividere il mondo in due categorie: le persone che sì, vorremmo baciare, e quelle che no, non vorremmo baciare.

Perché obbligare un bambino ad andare contro al proprio istinto, alla propria emotività, alla propria sensazione? Non equivale forse a insegnargli che il suo corpo è sacrificabile per un bene superiore?

La Buona Maniera.

Non è giusto.

Io insegno alle mie figlie che è Buona Maniera salutare le persone con educazione, che essere gentili fa bene a tutti e non costa niente. Ma non ho mai costretto nessuna delle mie figlie a dare un bacio a qualcuno; il bacio non si può pretendere, al massimo si può conquistare, nei rapporti familiari, di amicizia così come in amore.

Vale per entrambi i generi, ma nella nostra società ancora di più per le bambine: non facciamogli imparare che il loro corpo deve sottostare a delle norme, che qualcuno può avere diritto di esigere da loro un contatto sgradito perché “conviene”. O che qualcuno possa chiederlo come merce di scambio: “La zia ti da il regalino, ma solo se mi dai un bacio…”. Altrimenti, quale tipo di ripercussioni potrebbero avere una volta cresciuti? Il corpo è di loro proprietà, e nessuno deve toccarlo senza il loro consenso.

Il bacio non è una merce di scambio, non si può pretendere, non si può rubare, non si può comprare, non si può imporre. Il bacio è la manifestazione d’affetto per eccellenza della specie umana, perché il contatto delle labbra sulla pelle libera endorfine, gli ormoni del benessere, sia in chi lo dà che in chi lo riceve. La bocca è una delle parti più sensibili del corpo, e anche una delle più intime.

Facciamo che ogni bambino, ogni persona, decida liberamente con chi scambiare baci, con consapevolezza e spontaneità. Questo contribuirà a rendere i baci più ricchi di emotività e a formare degli adulti più strutturati e sereni.

Laura Minguell Del Lungo

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