Non conosci la parolina magica?

“Non conosci la parolina magica?” si dice al bambino che esclama: “Ho sete! Voglio l’acqua!”.

“Prima la parolina magica!” dice lo zio, allontanando dal piccolino il regalo avvolto dalla carta colorata e luccicante.

“E adesso cosa mi dici?” dice la nonna alla nipotina.

“Non conosci la parolina magica?” si sente dire qualsiasi bambino almeno una volta da un qualche adulto preoccupato che il piccolo non apprenda le espressioni della cortesia.

Personalmente, non credo abbiano nulla di magico e non siano neanche indice di reale educazione e gentilezza. Sono cruciali nel loro significato profondo, ma diventano vuote se usate solo per obbligo o per abitudine. Sono parole potenti ma perdono tutta la loro forza se diventano un intercalare. Come fare a trasmetterle ai nostri figli nel modo più genuino? Ovviamente non ho risposte certe e ogni famiglia segue la strategia che ritiene più adeguata, ma condivido con voi qual è stata – e continua ad essere – la strada che abbiamo scelto. Scelto in realtà è una parola grossa perché di fatto è stato tutto molto fluido e naturale.

La gentilezza è un modo in cui ci poniamo con chi ci sta di fronte: non esiste in sé, ma solo dentro una relazione (con il prossimo, con se stessi, con l’ambiente che ci circonda). Interrompere bruscamente un momento di relazione, magari anche molto intenso, come quello con un bambino che, emozionato, riceve un regalo o che esprime un bisogno per lui urgente, per chiedere la parolina magica mi sembra un paradosso.

Le parole della cortesia sono parole, uguali in fin dei conti a tutte le altre parole, e a casa nostra abbiamo semplicemente pensato che i nostri figli potessero impararle ascoltandole da noi, allo stesso modo in cui imparano a dire mamma, papà, pappa, nanna e dinosauro.

Ecco come è andata (e come sta andando!):

GRAZIE

Non ho mai chiesto ai miei bambini di ringraziare: grazie è una parola davvero troppo bella e troppo grande per poter essere detta per abitudine. Ringrazio molto, questo sì. Il grazie attraversa costantemente le nostre giornate: ringraziamo il cielo azzurro, ringraziamo gli alberi per l’ombra che ci danno, ringraziamo gli arbusti di more e di lamponi quando andiamo in montagna a raccoglierli. Ringrazio i miei figli ogni volta che mi mostrano una sfumatura a cui non avrei mai pensato prima.

Il primo “Gassie mamma!” che ho ricevuto, lo ha pronunciato il mio primogenito a due anni, davanti ad una mozzarella. Mi si è sciolto il cuore. L’emozione infinita che può dare un grazie spontaneo – vi assicuro – vale la pena di non chiederlo mai e di aspettare. Dopo il primo, ne sono arrivati tantissimi. Sono grazie che rimangono davvero cuciti dentro, come una coperta d’amore che scalda tutta la famiglia: dai “grazie mammina!” e “grazie papino!” entusiasti di Simona al “grazie mamma che ci hai portato qui” quasi commosso di Giovanni davanti alle cascate, in una delle prime gite fuori città dopo il lock down, passando per i tanti “grazie papà che giochi con me” e “grazie Filippo che mi dai la manina”.

SCUSA

Chiedo scusa molte volte ai miei figli e spesso specifico che mi scuso per il modo che ho usato e non per ciò che ho detto o fatto. Scusa apre porte inaspettate perché ogni bimbo reagisce in un proprio modo: la mia mezzana chiede scusa spensieratamente e ha però bisogno di un certo tempo per accogliere le scuse degli altri, il mio primogenito invece perdona in un secondo ma fa fatica a scusarsi. In un momento di confidenza mi ha sussurrato che è “perché non vorrei sbagliare mai”. Mi si è stretto il cuore per la tenerezza e mi sono resa conto che chiedere scusa è qualcosa di intimo, che ha a che fare con le ombre, piccole o grandi, del proprio cuore e che non lo si può pretendere. Eppure quante volte ho chiesto “chiedi scusa a tua sorella/tuo fratello”! Devo imparare a mordermi la lingua e ricordare che il mio ruolo è “soltanto” quello di bloccare un comportamento scorretto, consolare, fornire strumenti per trovare un accordo, spiegare, stimolare l’empatia ma non certo gestire gli aspetti più intimi della relazione tra i miei bambini. Chiedersi scusa è un’azione che pretende fiducia ed autonomia e ogni persona, bambini compresi, ha i suoi tempi e i suoi modi per farlo.

PER FAVORE

Quando chiedo qualcosa ai miei figli, non sempre dico per favore. Magari sono stanca per aver ripetuto la richiesta chissà quante volte, oppure sono esasperata perché si tratta di qualcosa che, a mio avviso, i bambini dovrebbero fare spontaneamente, o di qualcosa di urgente. Immagino che la stessa cosa accada ai miei figli quando, anziché chiedere con gentilezza, pretendono e urlano il loro bisogno. Probabilmente dobbiamo lavorarci su un po’ tutti… oppure accettare che a volte si possa chiedersi aiuto senza troppo cortesie: capita ai piccoli e anche ai grandi!

PREGO

“Grazie Simona” ha detto qualche giorno fa la nonna a mia figlia che le aveva portato il cellulare.

“Grazie a te” ha risposto la mia treenne.

“Non si dice grazie a te, si dice prego. Se io ti dico grazie, tu mi dici prego, capito?” l’ha corretta la nonna.

Io ascoltavo, e sorridevo. Non uso mai la parola prego, non con i miei figli. Tutte le volte che loro mi dicono grazie, io rispondo grazie a te. Non è un errore, è voluto.

Grazie a te, piccolo mio, per avermi ringraziata, dando così valore a un gesto che ho fatto per te. Un gesto banale, che il tuo grazie rende speciale.

Grazie a te, che mi hai permesso di accudirti dandoti un bicchiere d’acqua, porgendoti il tuo libro, aiutandoti a mettere le scarpe.

Grazie a te, perché ti fai amare anche con i piccoli gesti concreti che mi chiedi.

Grazie a te, perché hai ancora bisogno di me e so che non sarà per sempre.

Grazie a te, a voi, perché mi avete scelto per essere la vostra mamma e avete reso la mia vita una meraviglia.

Grazie a voi, perché se a casa nostra non si parla di paroline magiche è merito mio e del vostro papà, ma se la nostra vita è piena di magia, è tutto merito vostro.

Diletta

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