Pillole di tutto un po’ – Tutti sotto un tetto matto

Care famiglie numerose, oggi vi racconterò di come io sia vissuta in una famiglia numerosa variegata pur avendo un solo fratello (quello col nome strano). Vi parlerò delle innumerevoli figure che hanno popolato la mia infanzia e la mia adolescenza. Alcune potete vederle nell’illustrazione di questo articolo, la cui autrice è Albertina Del Lungo, mia madre.

Ma prima voglio chiarire un punto: il fatto che i miei genitori abbiano sentito la necessità di popolare la casa a dismisura credo sia riconducibile alle loro storie familiari.

Mio padre è il maggiore di quattro fratelli, cresciuti in uno di quei posti dove la famiglia è tutto il paese, e i conviventi tutti quelli della stessa strada, e anche delle quattro strade limitrofe.

Mia madre è l’ultima di nove fratelli, di una famiglia che ricevette anche la medaglia al merito per la perpetuazione della razza italica.

Ma lei arrivò già dopo la guerra.

E poi avevano una tata, una signora addetta alla biancheria, e una che puliva.

Insomma, gente abituata alla compagnia, i miei. Quindi, quando poi la vita li ha portati ad avere solo due figli in casa, dovevano certamente sentire molto la mancanza di una certa confusione domestica.

In realtà io venni al mondo un po’ per caso, e quasi quasi rischiavo di non nascere, perché avevo una bella collana di cordone ombelicale, due o tre giri, non ricordo, dovrei chiedere a mia madre. Che comunque, poveraccia, dopo ore di travaglio non dovette neanche vederlo, perché per farle il taglio cesareo le fecero un’anestesia generale.

Nacqui come nel più classico dei cliché, con un uomo sconosciuto che mi tirava per una gamba con la mano guantata (ma non ci giurerei perché negli anni ’80 i guanti in medicina non andavano troppo di moda) e insanguinata, mentre una pietosa ostetrica mi svolgeva il cappio che mi avrebbe certamente ucciso, solo una cinquantina di anni prima. Intanto mia madre giaceva supina, smembrata e incosciente in un duro lettino operatorio, e mio padre consumava due o tre pacchetti di sigarette di MS (eh, sì, fumava le MS) solcando a forza di su e giù qualche corridoio dell’ospedale.

A questo punto della mia vita ero già stanca.

Mi ritengo una miracolata, per diversi motivi: uno di questi è che in epoca pre-medicina moderna io e mia madre saremmo senz’altro morte di parto. Forse questo è uno dei motivi che inconsapevolmente mi spinse, qualche anno più avanti, a intraprendere la carriera medica: la riconoscenza verso chi mi aveva permesso di venire alla luce.

Comunque, poi crebbi alle porte del Pantheon, nel cuore della Capitale Romana, insieme ai miei genitori, a mio fratello maggiore e altri animali domestici, nonché ospiti di ogni tipo, colore, forma, dimensione e provenienza.

Cominciarono con una baby-sitter cilena, per mio fratello.

Ma non era sufficiente per saziare la loro sete di confusione.

In un’ottica di benevolenza catto-comunista, intrapresero negli anni ’70 il progetto della Solidariedad Internacional, in cui praticamente chiunque era ben accolto in casa loro. A volte talmente bene che poi per farli andare via ce ne voleva. Comunque, tra questi variopinti individui che attraversavano l’appartamento dei miei nel cuore di Trastevere, prima della mia faticosa nascita, ci fu anche un tizio che poi a posteriori sembrava fosse coinvolto in loschi affari criminosi, si vociferava addirittura sulle BR.

Il giorno che rapirono Aldo Moro, la polizia perquisì casa per casa gli appartamenti di Trastevere, che forse era considerata zona calda, boh. Questo è quel che mi raccontano, ovviamente, perché a me mancava ancora qualche anno per venire al mondo. Dunque, mio fratello dal nome strano, che ai tempi non aveva neanche due anni, è passato alla storia per aver aperto la porta di casa a uno squadrone antisommossa e aver infilato il suo minuscolo indice nella canna del mitra di uno di quelli. Ma Aldo Moro non c’era in casa dei miei, e nemmeno quel tizio in odore di BR, per fortuna. Quindi se ne andarono e l’indice rimase attaccato alla mano.

Senza meno, l’esperienza non dissuase i miei genitori dall’accogliere compassionevolmente in casa un po’ chiunque ne avesse bisogno. Così io fui accudita da una balia tailandese che fuggiva da un compagno violento con un figlio di tre anni al seguito. Che divenne praticamente come un nostro fratello. Johnny.

Poi loro se ne andarono, e il vuoto di casa doveva essere riempito: così oltre a gatti, cani, criceti, conigli, colombe, pesci rossi e tartarughe, che comunque creavano un certo movimento (soprattutto i criceti che, liberati clandestinamente da me, venivano a volte ritrovati spiaccicati sotto una poltrona), c’era bisogno di gente. Cercarono un’altra baby-sitter. In una casa come la nostra, cosmopolita, aperta, innovativa, rivoluzionaria, tollerante, la baby-sitter non poteva essere, che so, di Testaccio. O di Cassino. No. Doveva arrivare come minimo da un altro continente. Così cominciarono ad arrivare l’uruguayana, poi la venezuelana, la colombiana, la boliviana, e via dicendo. La donna delle pulizie alternativamente poteva anche essere europea, ma se fosse stata una principessa dello Sri-Lanka in esilio a spolverare le librerie, tanto meglio. A parte questi collaboratori domestici, passavano per casa nostra amici bulgari, spagnoli, inglesi, giapponesi, argentini; rifugiati senegalesi e suore inglesi, cugini torinesi e pastori indiani sikh, ma senza disprezzare i pastori sardi, che pure c’erano; chitarristi filippini e massaie tailandesi.

Insomma, a casa mia, nonostante i più di 200 mq, la privacy era praticamente un’utopia.

Capii che si chiudeva un ciclo quando mia madre contrattò la mia ultima baby-sitter, che io ormai già ero grande: era una ragazza di Teano. Rosy.

“Ma come? Parli solo l’italiano?”

“No, anche il napoletano.”

“Ah, va be’, allora va bene.”

“Però vorrei fare un corso di inglese, non posso andare a prendere la bambina a scuola il martedì. È un problema?”

“No, be’, certo, se devi andare al corso di inglese…”

A quei tempi il massimo grado di internazionalità in casa era la ragazza delle pulizie, che era polacca. Ma dava poco gusto, perché si era già in odore di Europa.

Corsi di inglese a parte, arrivò un’epoca in cui non c’era più bisogno di baby-sitter. Mia madre credo che abbia allora sentito l’horror vacui in una casa silenziosa, dove al massimo si sommavano le musiche degli stereo mio e di mio fratello, io con Radio Deejay e lui con gli AC-DC.

Per cui, la buona donna ebbe l’idea di usufruire degli infiniti spazi del nostro appartamento mettendo su un B&B, praticamente agli albori o ante litteram.

Arrivarono gli Hooligans dall’Olanda, le modiste dalla Francia, i preti dall’Inghilterra, i senatori dal Nord, i turisti americani, gli impiegati della FAO un po’ da ogni dove, le segretarie dalla Sicilia, studentesse greche, flautiste croate…

Io non stavo mai sola. L’unico vantaggio era che potevi chiuderti nella tua stanza – le stanze erano enormi! con soffitti di quattro metri – e lì potevi far finta che in casa non ci fosse nessuno. Salvo poi dover uscire per qualsiasi motivo e non sapere chi ti saresti trovato nel corridoio. Era una vita sempre cangiante, sull’onda dell’emozione, piena di sorprese e colpi di scena.

Una vita da brivido.

Io, infatti, a un certo punto, mi trasferii in una stanza in cui potevo accedere al bagno dal balcone, senza passare per il corridoio. Eccesso di brivido.

Fu proprio allora che entrarono i ladri in casa, dei ragazzini zingarelli, salirono dall’impalcatura dei lavori in corso ed entrarono dal mio balcone. Beccarono esattamente l’unica mezz’ora degli ultimi quindici anni in cui in casa non c’era nessuno, a parte il cane e il gatto. Una fortuna sfacciata.

Ladri a parte, in questo contesto di estrema confusione materiale, spaziale, culturale, tassonomica, linguistica e spesso identitaria, arrivai a pormi domande su chi ero veramente, e se il mondo non fosse tutta una illusione. Eh, sì: a soli quattro anni avevo già presagito Matrix, ma nessuno mi comprese. Intuii anche che il contatto tra gli oggetti, così come tra le persone, non esiste, perché c’è sempre una infinitesima quota di spazio vuoto tra due superfici, o tra due anime. Molto prima di studiare la fisica quantistica. Ma anche allora, nessuno mi comprese.

In compenso imparai a leggere e scrivere precocemente, in spagnolo, perché andavo all’Istituto Cervantes al Gianicolo. E da allora non ho mai smesso di farlo.

A parte le mie precoci riflessioni filosofiche e le mie sognanti poesie di bambina, che parlavano di stelle e orsetti del cuore, cominciai a scrivere storie. Uno dei miei soggetti ricorrenti erano le avventurose gesta dei nostri ospiti, di cui certamente più avanti farò menzione.

E insomma, questa è un po’ la storia della mia infanzia e della mia adolescenza, e forse è qui che affondano le radici del mio desiderio di avere tanti figli: un’incredibile intolleranza alla casa vuota, la necessità di riempire di voci, suoni, colori e movimento lo spazio abitato. Il bisogno di condividere e confrontarsi, l’idea che più si è meglio è, che dove ce n’è per quattro ce n’è per cinque.

Forse c’è anche un’influenza genetico-culturale, considerando che tra padre e madre ho dieci zii di primo grado e una trentina di cugini, più innumerevoli secondi e terzi gradi di cui, a distanza di decenni, si perdono parzialmente le tracce.

Fatto sta che a quarant’anni da quell’afoso giugno mi ritrovo madre di quattro; mia nonna materna ne riderebbe, perché a questo punto lei non era manco a metà (nove, dico, sono nove!), ma a me comunque sembra un buon numero.

Anche se non nascondo che da ragazzina sognavo di averne almeno sette, perché sette è il mio numero preferito: mi immaginavo i miei futuri figli, ognuno di un’etnia diversa, e ciascuno aveva un nome, una personalità e un’età.

Ripensando ora a quelle innocenti fantasie, capisco che navigavo in una gran confusione esistenziale, ma forse quel velo di pazzia mi ha permesso di essere chi sono oggi e di mettere al mondo quelle splendide creaturine che popolano la mia casa e che altrimenti non esisterebbero.

Laura Minguell Del Lungo

Puoi contattarla qui 👉 Instagram: lauraminguelldellungo – Facebook: Laura Minguell Del Lungo