Pillole di tutto un po’ – Mare Nostrum

Estate. Tempo di vacanze. Per molti, per le famiglie numerose, per quelle meno numerose e anche per chi una famiglia non ce l’ha.
Tempo di vacanze, ma non per tutti. C’è chi di vacanze non ne ha, perché magari non ha un lavoro da cui andare in vacanza. O perché magari lavora in nero. O perché le ferie le avrebbe pure, ma non ha un soldo per fare alcunché.

Anche i bambini, spesso, non hanno le vacanze. Perché semplicemente non hanno una scuola.
Sembra incredibile, vero? Leggerlo ora, così a bruciapelo, sul mio smartphone patinato ultimo modello, che magari è costato la vita a qualche bambino nelle miniere di cobalto del Congo. Un bambino che non aveva vacanze, né dalla scuola (che la scuola non sapeva nemmeno cosa fosse), né dal lavoro, che più che un lavoro era una schiavitù. Perché non credo che a cinque-sei-dieci-tredici anni sia ammissibile lavorare per sopravvivere.
E per morire.

Ebbene sì: leggo sul mio smartphone questa notizia, che molti bambini nel mondo non hanno la possibilità di andare a scuola, stando sdraiata sul mio asciugamano consumato dal sale e dal sole, ricordo di un viaggio in Giamaica. Viaggio turistico, si intende. Come quello che mi ha portata in un’ampia spiaggia sulla Costa Daurada, in Catalogna.

Ma quanta gente viaggia non per turismo, bensì per disperazione? Per necessità.
Ci penso? Me ne ricordo quando prenoto le mie vacanze?
Quando decido la meta del mio prossimo viaggio?
Quando me ne sto sdraiata sul mio asciugamano giamaicano mentre guardo le mie figlie che, spensierate e felici, brulicano tra castelli di sabbia e bagni in mare?
Sì, certo: ci penso. Sempre, ci penso.

E per questo ne parlo oggi con voi, affinché tutti ci pensiamo.
Affinché tutti riflettiamo sulla fortuna che abbiamo avuto il giorno in cui siamo nati.
Dalla parte giusta.
Non quella della ragione.
La parte giusta del pianeta. In cui i diritti fondamentali dell’Essere Umano sono garantiti per tutti.
Allora, visto che siamo in epoca di vacanza, di viaggi, di mare, vi invito a una riflessione. Non per farvi andare di traverso la giornata di mare, il cocktail o l’intera vacanza, ma perché tutti abbiamo una responsabilità, e mi ci metto per prima.

Ognuno di noi è una piccola goccia nell’Oceano dell’Umanità, però le nostre azioni, per quanto irrisorie nell’economia generale delle cose del mondo, hanno il potere di condizionarne delle altre. Specialmente quelle dei nostri figli. Per cui noi genitori, e soprattutto noi genitori di tanti figli, abbiamo maggiore responsabilità rispetto agli altri: non solo quella di agire, ma anche quella di mostrare come agire ed educare ad agire nel rispetto del mondo intero.
Mondo che poi lasciamo in eredità ai nostri numerosi figli.

Mondo inteso sia come pianeta, quindi natura, ambiente, sia come umanità, quindi società.
Esistono milioni di modi diversi per prendersi cura del mondo, per essere solidali, ecologici, etici, rispettosi, empatici, corretti, insomma: giusti. Ognuno può cercare il proprio, e trasmetterlo alla discendenza. Solo questo è il cammino che potrà condurre, con un po’ di fortuna, a un domani migliore, per loro e per tutti.

Vi propongo come riflessione quindi il ricordo di una giornata al mare, di un’estate di due anni fa, in cui il mondo non aveva ancora conosciuto l’era oscura della Pandemia.
Faceva vento forte, quel giorno, in quel mare greco. Le mie figlie giocavano felici sul bagnasciuga, perché avevo proibito loro di entrare in acqua. “È rischioso. Il mare grosso è pericoloso” dicevo
loro.
“Perché, mamma?” chiedeva Irene, che ha bisogno sempre di ribadire le sue ragioni.
“Potrebbe sommergerti un’onda. Potresti andare sotto con la testa e non riuscire più a riemergere” le rispondevo.
E pensavo: ”Potrebbe entrarti acqua nel naso, nella bocca, nei polmoni, e soffocarti. Potrebbe colpirti un’onda con forza e portarti giù, farti perdere i sensi. Potrebbe trasportarti la corrente sugli scogli, fatti sbattere il cranio e ucciderti”. Ma non glielo dicevo.
Dicevo solo: “Restate qua, bambine mie. Giocate con la sabbia. È pericoloso trovarsi in acqua con questo vento. È pericoloso trovarsi all’improvviso in acqua alta”.

Per fortuna non siamo in acqua alta, noi. Continuavo a pensare.
Per fortuna le mie bambine possono fare le vacanze in un’isola greca, spensieratamente, senza temere per la propria vita né per quella dei loro genitori.
Per fortuna.
Per fortuna non dobbiamo imbarcarci su una scialuppa vecchia e precaria da un porto libico clandestinamente o dalle coste della Turchia in piena notte per attraversare questo Mediterraneo così turbolento.
Per fortuna i nostri problemi di oggi riguardano i castelli di sabbia e il ristorante della cena.
Per fortuna siamo arrivati su quest’ isola greca per scappare dall’afa di Atene e da un anno di scuola e lavoro, da una routine impegnativa, piena di soddisfazioni e fatiche, di successi e sconfitte. Ma sicura. Una vita sicura.

Abbiamo scelto la sabbia per riposare le nostre membra stanche, non per sempre. Solo per due settimane. Solo per scattare una foto col tramonto e poter dire: “Che bello sarebbe vivere qui!”.
Non per desiderare semplicemente: ”Che bello sarebbe vivere!” mentre ci troviamo in mezzo a quelle onde, in acqua alta, guardando la costa lontana e irraggiungibile.
Per fortuna. È solo fortuna.
Per fortuna i nostri corpi non finiscono in mezzo al mare, gonfi di acqua, bruciati dal sale e dal gasolio, segnati dalle torture, dagli stenti e dalle violenze. Noi siamo qui, belli, abbronzati, puliti, con la crema solare, gli stomaci pieni, stesi sui nostri asciugamani consunti, al sole. Guardiamo il mare e ci lamentiamo delle vite da cui fuggiamo per qualche settimana.
Vite che per fortuna non dobbiamo regalare al mare.
Ma è solo per fortuna, non perché siamo migliori. Non ci meritiamo nulla di più di loro.
Siamo solo stati più fortunati
.

Se facciamo fatica a crederlo, basta chiudere gli occhi, immaginarci, per un attimo solo, accalcati in uno di quei barconi che ben conosciamo, cercando di stringere i nostri figli. Quanti ne avete? Tre? Quattro? Sei? Come li afferrereste perché nessuno cada in mare? E che direste al più piccolo quando vi chiedesse acqua da bere?
Basta immaginare questo, per pochi secondi, per capire che la nostra è solo fortuna. Che in fondo al Mare Nostrum ci sono persone, persone come noi. Che avevano desideri, aspirazioni e necessità come noi. E che se non ci siamo noi è solo un caso.

Se immaginiamo noi stessi sprofondare in quegli abissi, allora capiamo che chi impedisce il soccorso in mare è un criminale, tanto quanto assassini, mercanti di schiavi, sfruttatori di esseri umani, torturatori, commercianti di organi, stupratori. Tanto quanto le autorità che da decenni permettono il perpetuarsi di questa tragedia.
La cittadinanza non può rimanere impassibile, ognuno ha la sua parte di responsabilità. Per quanto piccola.
La più importante di noi genitori è l’educazione.
Educhiamo all’accoglienza, al soccorso, al rispetto, alla tolleranza. Educhiamo alla pace, educhiamo all’amore.
La bellezza del mondo che lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti dipende da quello che noi insegniamo loro a costruire.

E allora, mentre osserviamo questa bella spiaggia davanti a noi, mentre ci perdiamo nel luccichio del mare toccato dal sole, mentre riposiamo le membra su questa sdraio, col nostro smartphone in mano, sbirciando i social alla ricerca di qualcosa che allontani la noia, dedichiamo un pensiero a quelli meno fortunati, chiediamoci realmente: “Quale ruolo ho io nella società? Quali sono gli strumenti che ho a disposizione per migliorarla? Quali tentativi posso fare per rendere questo pianeta un luogo migliore?”
Ognuno ha qualche possibilità, per quanto piccola.
E se non ci interessa farlo per loro, per quelli sfortunati; se non ci interessa farlo per l’ideale; se non ci interessa farlo per noi, perché non sentiamo la necessità di essere persone migliori;
allora facciamolo per questi bimbi che abbiamo di fronte, che giocano con la sabbia. Facciamolo per i nostri figli.

Se il Mare è Nostrum per godere delle vacanze, deve essere Nostrum pure per gli affari scomodi.
Che poi, a pensarci bene, quest’affare è proprio nostrum.

Laura Minguell Del Lungo

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