A cuore aperto…

Eccomi qui!

Finalmente qui, finalmente tra voi.

Finalmente cercando di raccontarmi, di darvi e di dirvi qualcosa di me e della mia rocambolesca vita.

Qualcosa che vi possa restare, se possibile arricchire.

Che vi possa ispirare e magari convincere – se ancora avete dubbi – che anche l’assurdo può diventare possibile!

Mi chiamo Serena… e ho già 43 anni.

Perché “già”?

Beh, perché il tempo è volato. Perché mi rivedo ancora 19enne, tra bomboniere, lista nozze e mobilifici, a preparare il mio matrimonio.

Ma no, non vi parlerò della mia disastrosa vita sentimentale, non ne vale la pena. O meglio, non è il punto di vista da cui desidero osservarmi, non quello che potrebbe arricchire. Non in questo contesto, per lo meno.

Quel che per me è davvero importante, e questo l’ho sempre pensato, è ciò che – complici malgrado tutto, le mie storie fallimentari – la Vita mi ha permesso di realizzare. 

Mi riferisco ovviamente ai miei figli, alle sette anime che mi sono state donate e affidate e che con grande fierezza desidero velocemente “presentarvi”:

Rachele, 22 anni ❤️;

Miriam, 20 ❤️;

Daniele, 19 💙;

Ruben, 15 💙;

Marta, 10 ❤️;

Chiara e Francesco, gemelli, 3 ❤️💙.

Ok, sarò sincera e onesta. 

La mia vita può sembrare, da qualsiasi angolazione la si guardi, una parodia – seppur verosimile – del film con Jim Carrey “Una serie di sfortunati eventi”.

Sì perché, oltre ad una serie di sfortunati amori, la vita aveva pensato per me – ancor prima ch’io potessi realizzare che il tutto aveva l’amaro sapore di un vero e proprio accanimento – complicazioni di altro tipo e peraltro abbastanza pesanti.

A cosa mi riferisco? 

Non ci girerò attorno, visto che certe patologie, seppur ancora troppo poco considerate, hanno un preciso nome e cognome nella stessa letteratura medica.

                              * * * * * * 

All’età di dodici anni sperimentai la violenza del mio primo attacco di panico, benché i segnali di un disturbo d’ansia fossero presenti da molto prima.

Fu un evento traumatico, che aprì per me e per la mia vita un capitolo difficile. Pesante.

Il tempo passava, gli anni pure.

A vent’anni mi sposai e col matrimonio le responsabilità crebbero (non che in casa mia facessi la principessa, eh! Anzi…); restai incinta subito, poi ancora e ancora. Tre parti nell’arco di due anni e dieci mesi. Che dire? Le gravidanze (ma suppongo anche le sopraggiunte incombenze) non fecero che peggiorare il mio stato psicologico e psichico.

Lottai con quest’ansia fortemente debilitante (agopuntura, rimedi blandi, psicoterapia) fino a che ne ebbi la forza, ma dopo la terza gravidanza e un anno di allattamento, fui costretta ad arrendermi all’evidenza che “da sola” non avrei potuto farcela. Che il mio corpo aveva delle carenze “fisiologiche” (parole quasi testuali dello psichiatra) di cui, a quel punto, dovevo assolutamente occuparmi.

Dovetti iniziare a curarmi.

Avevo tre figli piccoli, non potevo permettermi di colare a picco.

Le sfortunate vicende di cuore e le successive gravidanze peggiorarono drasticamente le mie condizioni.

Alla sindrome ansiosa si aggiunse anche una diagnosticata “depressione maggiore”; col tempo arrivarono i disturbi alimentari (fortunatamente risolti nell’arco di un paio d’anni, anche se certe tendenze e pensieri restano più o meno dentro la testa. Gestibili, ma presenti come impronte indelebili) e i disturbi dell’umore (ciclotimia).

Perché mi soffermo su questo aspetto difficile, anzi direi drammatico, della mia vita?

Perché anche quando non c’era forza, né tanto meno speranza, forse anche solo per inerzia, ho continuato a camminare.

In alcuni momenti mi sono fermata. Esausta, sconfitta (o forse questo era ciò che io credevo), non più motivata a continuare, eppure… Eppure sono qui!

Sono qui a raccontarvi che questa donna –  fragile da sempre – ce l’ha fatta e ce la fa ogni giorno, nonostante tutto. Che riesce a portare a termine ogni delirante giornata, non sapendo come sia stato possibile e non volendo sapere cosa potrebbe succedere il giorno successivo, ma certamente con la consapevolezza che, pur nella debolezza, ha realizzato cose che mai avrebbe potuto nemmeno lontanamente immaginare.

Sono qui a dirvi che è possibile sopravvivere al dolore di malattie psichiche. Che è possibile trovare un senso nonostante il buio cupo dell’anima. Che è possibile attraversare il dolore, confidando.

Che è possibile convivere con questo male, REALE, (che annienta e azzera quasi del tutto ogni più buona volontà) e che è straordinario e gratificante prendere atto che – al di là dell’immane fatica – è possibile realizzare cose grandi ed insperate

Non ho mai parlato apertamente, sui social, di queste problematiche. Ho sempre pensato che certi discorsi risultassero per lo più “scomodi”. 

Ma la vita è anche questo e sento di doverlo e dire!

Ringrazio quindi per aver avuto l’opportunità di raccontarmi.

Se vorrete seguirci, troverete diversi passaggi della nostra vita – nonché scritti che ben rappresentano il mio lato di mamma/scrittrice – sul mio profilo Instagram serena_perozzi e su Facebook Serena Perozzi.

Vi aspetto!

Serena –