Allattamento e sonno: l’esperienza di Elettra, mamma di 3 figli

Ho pensato che potesse essere interessante raccontare del nostro allattamento e del fatto che con nessuno dei miei 3 figli io abbia utilizzato il ciuccio.

Ho allattato tutti e tre i miei bambini fino all’anno circa. È stata un’esperienza unica che auguro a tutte le mamme di vivere. Un momento magico, un momento solo per noi, e nonostante sia stata sempre circondata da tanti familiari e amici, sono sempre riuscita a isolarmi mentalmente e a farlo con tutta la naturalezza del caso! Se c’era la possibilità mi appartavo, ma non necessariamente. 

Durante la gravidanza di Ginevra non mi sono posta tante domande e, lo ammetto, non mi sono nemmeno documentata in maniera approfondita, come tante amiche diligenti hanno invece fatto. Mi sono approcciata forse un po’ inconsapevolmente. 

Quando è nata Ginevra (parto normale e a termine, peso di 3450 g) lei però non si è attaccata, nonostante 2 ore di contatto pelle a pelle, nonostante le premesse ci fossero tutte. E non si è attaccata tutto il primo giorno, tutta la prima notte e tutto il secondo giorno. A nulla sono valsi gli aiuti, forse con il senno di poi, un po’ superficiali delle varie ostetriche dell’ospedale, che si sono succedute nelle ore. Lei dormiva e non piangeva. Punto. 

Vi lascio immaginare la disperazione di una neomamma impotente di fronte a una eventualità che non immaginava potesse capitare. Nessuno considera che l’allattamento è sì una cosa naturale, ma non scontata, non automatica. I medici hanno iniziato a spaventarmi perché, se avesse avuto un calo fisiologico maggiore del dovuto, non l’avrebbero dimessa.

In preda alla disperazione, ho così contattato un’amica ostetrica, che la sera del secondo giorno si è precipitata in ospedale e, come per magia o, meglio, con la grande competenza e professionalità che la contraddistingue, è riuscita a far attaccare Ginevra. Sembrava fatta! Ora cosa poteva andare storto?

Tornata a casa, mi sono scontrata con la realtà: non ero preparata ad essere a disposizione dell’allattamento di Ginevra h24. Non ero preparata ad allattare ogni due ore h24. Non ero preparata all’idea che per mangiare un neonato può metterci anche un’ora, anche di notte, anche quando sei completamente esausta! In questi primi giorni la mia amica ostetrica mi è stata vicina, mi ha supportato e sopportato e mi ha convinto più e più volte a non mollare. Mi ha aiutata a non ascoltare quanti intorno a me mi suggerivano di interrompere e di passare al biberon, un mezzo apparentemente più semplice, veloce e che soprattutto avrebbe potuto dare anche un’altra persona oltre a me. Questa fase è durata circa 15 giorni. Ho provato anche il ciuccio ma Ginevra non lo voleva. Poi, trascorsi i giorni iniziali di conoscenza per entrambe, ho deciso di adottare la mia strategia per sopravvivere. 

Avrei allattato Ginevra ogni 3 ore. Punto. Sia che avesse fame sia che non avesse fame (eccetto la notte ovviamente). Tra un pasto e l’altro mi vestivo, mi truccavo (eh sì!) ed uscivo. Sempre. Anche se ero stanca o non ne avevo voglia. E questa è stata per me la strategia vincente del mio allattamento. Lei difficilmente si lamentava prima delle 3 ore, ma in ogni caso, anche se non accennava a dare segnali di fame, io ogni 3 ore esatte la allattavo. Così facendo, inconsapevolmente almeno con Ginevra, ho sempre anticipato i suoi bisogni di fame e quindi la sua eventuale necessità di un ciuccio. E sono andata avanti così ogni 3 ore fino allo svezzamento, cioè non ho mai allungato gli orari.

Non ho mai inteso letteralmente l’allattamento a richiesta: cioè ogni volta che un bambino piange lo attacco al seno. No! Un neonato piange per i motivi più svariati: fame, sonno, aria nella pancia, posizione, caldo, freddo o semplicemente la tutina gli dà fastidio. La vera difficoltà è interpretare i suoi segnali senza utilizzare il seno come pass che va bene sempre.

La stessa idea di anticipare i bisogni l’ho applicata al sonno. Cercavo di fare dormire Ginevra ogni 2 ore. Così lei non è mai arrivata distrutta al momento del riposino, ma stanca al punto giusto da scivolare facilmente nel sonno. Questo soprattutto i primi mesi, poi verso i 3/4 mesi i momenti di sonno durante la giornata si sono ridotti al riposino di metà mattina (10.30), della durata di 30 minuti, al riposino del primo pomeriggio (13.30), in cui dormiva un po’ di più, anche 2/3 ore, al riposino del tardo pomeriggio alle 18, della durata di 30 minuti. La messa a letto la sera è sempre stata alle 20. Sempre. 

Poi, con il passare dei mesi, ho tolto il sonnellino del tardo pomeriggio, mentre quello di metà mattina intorno all’anno. Li ho tolti quando mi sono resa conto che non erano più necessari perché facevano fatica ad addormentarsi. E così è stato tutto semplice e naturale. 

Questa modalità di scansione della giornata per me è stata una cosa semplice perché di mio sono sempre stata molto organizzata.

Con l’arrivo del mio secondo e terzo bambino, quella che era stata un’organizzazione nata un po’ intuitivamente sulla mia personale gestione della giornata da mamma è diventata una strategia collaudata e vincente, che ho adottato con naturalezza anche per Ludovico e Tancredi, sia per l’allattamento che per il sonno. 

Verso i 7 mesi di Tancredi però, un venerdì notte dopo che la poppata della sera si era svolta regolarmente come sempre, è successo qualcosa che mi ha destabilizzata. Durante la notte si è svegliato come sempre per mangiare ma, appena l’ho avvicinato al seno, si è messo ad urlare. Più lo avvicinavo ed insistevo e più lui si dimenava e mi rifiutava. Non avevo mangiato nulla di diverso. Non avevo fatto nulla di diverso. È accaduto di notte e al buio, nella tranquillità più totale. A nulla sono valsi i miei tentativi nei giorni seguenti. Rifiutava il latte materno, mentre il biberon lo accettava. Mi sono recata anche a fare con urgenza una ecografia mammaria per capire se qualcosa non andava, ma non è emerso nulla.

Tutti mi dicevano di metterci una pietra sopra, che forse non avevo latte (ma non era così), ma io non volevo smettere, non mi capacitavo di cosa ci stesse accadendo… Così per tre settimane e mezzo per due volte al giorno mi tiravo il latte e glielo davo con il biberon, che lui beveva senza problemi. Anche la mia ostetrica mi diceva di mollare ormai, che non aveva senso continuare e che dovevo accettare quello che il bambino aveva deciso. Mi diceva inoltre che nei suoi 30 anni da ostetrica non le era mai capitato che un bambino tornasse ad attaccarsi al seno dopo un periodo così lungo di interruzione.

Una sera al mare ci ho riprovato e, come per magia, ha ricominciato a bere il latte dal mio seno. Era il 29 luglio 2020. Ricordo ancora di aver pianto dalla gioia. Ad oggi non so ancora darmi una spiegazione. So solo che ho capito che l’allattamento è caparbietà. Ho capito che l’allattamento è un legame così forte tra mamma e bambino, che va al di là di qualsiasi logica. È amore incondizionato che lega due esseri tra loro. 

Alla fine Tancredi è quello che ho allattato più di tutti, fino ai 14 mesi, mentre Ginevra e Ludovico fino ai 12 mesi.

Ci tengo a precisare che la mia esperienza non è la modalità giusta per affrontare questi due aspetti fondamentali nella vita di un bambino nel primo anno di vita, ma la mia personalissima esperienza!

Ogni esperienza, ogni modalità adottata da una mamma con il suo bambino, è la modalità giusta. Non esiste approccio giusto o sbagliato. 

Esiste solo l’amore che lega una mamma al suo bambino. E l’amore è sempre una cosa giusta. 

Elettra 

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Questa foto l’ho scattata proprio il 29 luglio, quando Tancredi ha ricominciato a bere il mio latte.