Ma era voluto?

Noi italiani siamo pieni di contraddizioni. Ad esempio parliamo malvolentieri di certi argomenti, come di politica e di soldi. Conosco figli che non sanno cosa votano i propri genitori alle elezioni. Invece, di fronte alla maternità e, in generale, all’argomento figli non abbiamo freni inibitori. Passanti sconosciute si sentono autorizzate ad accarezzarci la pancia mentre siamo in fila ad acquistare il pane e meri conoscenti ci chiedono, come niente fosse, “Ma era voluto?”, accompagnando questa frase da uno sguardo sornione diretto versa la nostra pancia.

Quando sono rimasta incinta per la terza volta questa domanda era sulla bocca di tutti. Il fatto che mi apprestassi ad avere un terzo figlio, in totale contro tendenza demografica, doveva per forza spiegarsi con il fallimento di metodi contraccettivi. E quando rispondevo, un po’ scocciata, che no, io e mio marito volevamo veramente avere tre figli insieme, immancabile la risposta “Che coraggio!”, esclamata con un malcelato tono di compassione.

Sì, perché oggi per fare tre figli in Italia bisogna essere un po’ matti, per molte ragioni.

La prima è racchiusa in un’altra contraddizione tipicamente italiana: siamo conosciuti in tutto il mondo come un popolo caloroso, che ama i bambini, ma questi benedetti bambini sono l’ultimo dei pensieri. Non solo a livello politico (c’è voluta la crisi sociale ed economica dovuta al Covid perché si parlasse di assegni familiari su base mensile per tutti i redditi, cosa che esiste in Francia e Scandinavia da decenni), è proprio una questione di mentalità. Un esempio concreto: in pochi ristoranti italiani esiste il concetto di “menù bambino”. In molti posti mia figlia di tre anni paga il piatto di pasta lo stesso prezzo di un adulto. Basta andare in vacanza negli altri paesi europei, dove esistono menù bambini che costano intorno agli otto-dieci euro, per rendersi conto che siamo gli unici a ragionare in questo modo.

Ma non sono solo questi i motivi che hanno reso l’Italia il paese dei figli unici. Esiste un trend marcato che spinge le donne ad avere il primo figlio sempre più tardi e a farne uno solo. Lo sappiamo, una donna che fa un figlio in Italia ha un buco nella carriera che verrà difficilmente colmato, i datori di lavoro “concedono” la maternità perché obbligati dalla legge, ma la percepiscono come un atto che la donna fa per sé stessa, non come un qualcosa che porta ricchezza sociale.

Inoltre la tendenza educativa attuale, che esercita a mio avviso una grande pressione sulle madri, vuole che dobbiamo seguire i nostri figli in modo quasi maniacale in tutte le fasi della crescita, senza lasciare nulla al caso. C’è una iper attenzione a ogni cosa che prima non esisteva: insegnare a bambini di due anni l’inglese, occupare le loro intere giornate con mille attività, attivarsi quotidianamente sulle chat di classe per verificare che abbiano segnato tutti i compiti, ecc. I nostri figli sono sempre meno autonomi e la madre è schiacciata da un carico mentale organizzativo che rende oggettivamente la gestione di più figli molto complicata, se non impossibile.

Io e mio marito siamo entrambi figli unici, forse per questo abbiamo deciso di fare l’opposto, chissà. Non è facile, ed io per prima ho dovuto affrontare molti sacrifici, riadattandomi a livello lavorativo ad esempio. Avere tre figli significa, per forza di cose, renderli più autonomi e più responsabili, insegnando che nessuno di loro può essere al centro esclusivo dell’attenzione. La priorità è l’equilibrio della famiglia, che diventa una vera e propria entità, e al quale tutti i membri devono partecipare. Ovviamente succede che uno dei bambini attraversi un momento di difficoltà e allora sì che viene messo al centro, ma, una volta superata la fase problematica, gli equilibri si ristabiliscono. Mi sembra un meccanismo molto sano.

Io e mio marito non abbiamo fratelli e vedere i nostri figli interagire tra loro ha per noi qualcosa di misterioso, che noi non possiamo comprendere appieno perché non lo abbiamo mai vissuto. Siamo dei genitori imperfetti e probabilmente il fatto che siano tre precluderà loro qualche attività strabiliante che si possono permettere le famiglie con un solo figlio. Ma questi piccoli sacrifici vengono ampiamente ripagati dalla gioia quotidiana di vederli stare insieme, anche litigando, ma condividendo la loro infanzia e avendo dei compagni di vita che vogliono loro bene in modo incondizionato.

L’idea che loro tre saranno insieme e potranno contare gli uni sugli altri anche quando noi non ci saremo più è la cosa più vicina all’immortalità a cui posso pensare.

Orsola

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