Pillole di tutto un po’ – Come si chiama l’autrice della rubrica?

Mi chiamo Laura.

Ho anche un cognome, ma tento di non dirlo, se posso, perché è sempre fonte di complicazioni: mia madre è italiana, di Roma, mio padre invece, di nazionalità spagnola, è catalano, di un minuscolo paesino medievale adagiato sulle pendici di una collina, ai cui piedi scorre silenzioso – silenziosissimo, anzi, visto che è praticamente prosciugato – il fiume Corb.

Il paesino si chiama Guimerà (che si pronuncia GHIMERÀ, per un italiano), e da quelle parti, in provincia di Lérida, sentire il cognome di mio padre, che ho ereditato, è piuttosto normale.

Invece, in Italia, il mio cognome risulta incomprensibile e impronunciabile, ma soprattutto inscrivibile.

Minguell, è lui l’imputato. Si pronuncia, per un italiano, MINGHÉGL(I), cioè bisogna metterci alla fine un suono GLI, ma senza la I: GL… e basta.

Ovviamente spiegare tutto questo quando mi presento è sempre stato fonte di estrema fatica e frustrazione: mi hanno chiamata MIGHÉL, MINGHÉL, MINGUELLI, MINGHELLI, MÍNGUEL (addirittura! Questa era la mia prof. di italiano delle medie: “Mínguel, vieni alla lavagna”).

A complicare il tutto c’è un altro fatto: come figlia di spagnolo ho ereditato il cognome di entrambi i genitori. Per questo gli spagnoli hanno due cognomi, funziona così: il figlio eredita, normalmente, il primo cognome del padre e di seguito il primo della madre. Alla lunga i cognomi materni si perdono, come in Italia, però in prima battuta c’è quell’illusione che la continuità appartenga anche al genere femminile.

Quindi, per fare un esempio, se Juan è figlio di Antonio Prieto Vasquez e Maria Gonzalez Perez, Juan si chiamerà Prieto Gonzalez. Quando sarà grande e si sposerà con Pilar Medina Sanchez, i loro figli si chiameranno Prieto Medina, e così via.

Non esente da questa norma, alla mia nascita, avvenuta a Roma in un lontano afoso giugno del 1981, dovevo ereditare il primo cognome di mio padre, Minguell, appunto, e il primo (e unico) di mia madre, Del Lungo.

Quindi mio padre andò a registrare la mia nascita all’anagrafe di Roma, dove, nel pieno rispetto di un universo kafkiano, il funzionario malcapitato dovette discutere l’opportunità di apporre questi due cognomi secondo una modalità per lui totalmente bizzarra e sconosciuta.

Il pover’uomo, armato di grande pazienza – non ne dubito – perché conosco molto bene mio padre, dovette infine in qualche modo cedere e apporre dietro al mio nome, Laura, semplice e facile, quella sfilza di parole.

Minguell Del Lungo.

Perché, diciamoci la verità, Del Lungo nemmeno è proprio così abituale. Innanzitutto, sono due parole, poi c’è quella L in mezzo della preposizione articolata che dà fastidio, che cozza con la L del successivo Lungo, che è difficile da pronunciare: DEL LUNGO, ti si impappina la lingua, ti viene voglia di toglierci qualche consonante. DE’LUNGO, DEL LUGO, o quanto meno di unire le parole, per rendere il tutto più eufonico: DELLUNGO. Ma la variante più frequente delle storpiature del mio cognome materno è senz’altro DE’LONGO, o DE’LONGHI, spesso tutto attaccato.

Insomma, la mia infanzia è stata segnata di indicibili sofferenze legate alla mia eredità nomenclativa, avendo come risultato spesso delle vere e proprie crisi di identità: ogni tanto ricevevo corrispondenza a nome di, non so, Laura Mingelli Delogu, o anche spesso a Miguel De Longo Laura, dove Miguel era inteso come il nome e Laura…boh, Laura cadeva lì per caso. Quindi, dopo aver superato anche crisi di identità di genere, capii che non dovevo darmi pena per come venivo chiamata, e che avrei dovuto dare peso alla sostanza più che alla forma. Costringendomi a chiedermi: nomi a parte, chi sono davvero io? Ma questo avvenne solo molto tempo dopo.

Tornando a quell’afoso giugno di quaranta anni fa, il povero impiegato dell’anagrafe romana, già sconvolto dalla sua quotidianità assurdo-burocratica, dovette cedere dopo ardua tenzone, alle richieste di mio padre che, emozionato per la nascita, trafelato per la camminata, alterato dall’ignoranza dell’impiegato e sicuro della propria argomentazione, dichiarò che non se ne sarebbe andato di lì finché quello non avesse scritto DEL LUNGO dietro a MINGUELL.

Ma la vittoria fu parziale, in quanto lo Stato italiano non concepiva allora la possibilità di avere due cognomi (non ne basta uno? A che servono due?), e men che meno poteva concepirla il nostro amico funzionario.

Quindi, da quel giorno, io in Italia ho un unico cognome, lungo, composto e apparentemente difficilissimo. MINGUELL DEL LUNGO tutto d’un fiato.

La fortuna, mia e dell’impiegato, fu che il nome che i miei genitori avevano scelto per me era facile, classico, normale, lineare. Immaginate che mio fratello si chiama GUILLEM! Che per un italiano si legge GHIGLIÈM, che poi sarebbe l’equivalente di Guglielmo. Ma questa è un’altra storia.

La cosa davvero incredibile, a mio giudizio, è che quando trent’anni dopo mi trasferii in Catalogna per mettere su la mia numerosa famiglia, molti autoctoni sono stati capaci di sbagliare il mio cognome catalano o chiedermi: “Come si scrive?”

Anche per questo ho scelto per le mie figlie nomi semplici, facili, classici, che si scrivano nello stesso modo in quasi tutte le lingue: Elena, Irene, Greta. Il nome della nascitura deve ancora essere vagliato dalla giunta.

Per quanto mi riguarda, mi chiamo Laura.

Laura e basta.

Puoi contattarla qui 👉 Instagram: lauraminguelldellungo – Facebook: Laura Minguell Del Lungo