Tre volte Noi

Mettere al mondo un figlio ti porta a sfiorare uno strato giustificato di onnipotenza. È l’unica onnipotenza accettata probabilmente.

Sono mamma di tre bambine avute in 5 anni. Una bellissima avventura, un’escalation di emozioni adrenaliniche, vita allo stato puro!

Quando è arrivata la nostra prima figlia, nell’estate del 2015, non stavamo nella pelle ed era difficile contenere la nostra immensa gioia. Io e il papà sembravamo incantati dalla sua piccolezza, dalla sua immensa tenerezza. E quanta scossa abbiamo dato a chi ci stava intorno. La nostra famiglia, i nostri amici, tutti appassionati per quella piccola creatura.

Tuttavia mettere al mondo il primo figlio carica di responsabilità e allo stesso tempo dà la possibilità di sperimentarti come persona in grado di farcela per sé e per un altro; a poco a poco subentra l’accettazione di qualcosa e la rinuncia di qualcos’altro che mette a dura prova il nostro baricentro psicologico. Nell’istante perfetto in cui si mette al mondo un figlio, si lascia qualcosa di sé per dare spazio a un altro essere: un passaggio quasi magico che va delicatamente accettato e metabolizzato e per questa meravigliosa transizione occorre essere supportati e incoraggiati.

Durante i primi giorni dall’arrivo del primo figlio ti senti perennemente innamorato, sollevato da terra, intoccabile. Sei un’enorme roccia in grado di vedere e di proteggere ogni cosa. Il tuo amore è così forte che all’improvviso metti da parte le fragilità e le incertezze, fino a quando, a un certo punto, ti scontri con la fatica.

Il primo passo per riuscire a proseguire in questo favoloso percorso di neogenitorialità è provare a prendere coscienza che la fatica e lo sforzo sono elementi necessari, funzionali e fisiologici per il raggiungimento di un obiettivo, qualunque esso sia. Ammettere a noi stessi e agli altri di provare una naturale stanchezza e di sentirsi, talvolta, deprivati di un pezzetto di libertà. Se si è in grado di compiere questa ammissione, si è capaci di proseguire serenamente questo cammino.

Ricordo ancora alcune sensazioni importanti che mi pervadevano durante i primi mesi dalla nascita della nostra primogenita: ingombro, affanno, paura di non riuscire a fare abbastanza.

Ho allattato Elena Chiara fino al tredicesimo mese, poi, aspettando Beatrice, la seconda, ho deciso di interrompere.

I primi mesi di allattamento traboccavano di insicurezze, consigli futili e talvolta inopportuni che arrivavano a noi come terremoti che scuotevano il nostro nuovo nucleo famigliare. Ricordo celeberrimi commenti, oggi divertenti: “La bambina piange perché non hai latte!!!”, “Dalle l’aggiunta, non vedi che urla!”. E poi ancora, immancabile: “Ne hai di latte, sei sicura???”.

Dopo questo primo periodo di prova (tra i neo genitori e parte del mondo sapiente che elegge due giovani alle prime armi i guru degli sprovveduti), si ottiene il patentino per iniziare a guidare la favolosa vettura della genitorialità.

Con l’arrivo della seconda tutto risuona diversamente. Hai ottenuto la patente, quindi sei un buon genitore che se la cava sufficientemente su più fronti: dall’allattamento, alla gestione delle nanne, allo svezzamento e chi più ne ha più ne metta!

Si diventa genitori per la seconda volta con indosso emozioni più solide, con una corazza che ti permette di affrontare ogni piccola deviazione con maggiore e necessaria superficialità (dalla febbre notturna, al boccone che va di traverso…). Agli occhi degli altri si è genitori scafati, abbastanza esperti, non più acerbi!

Ci si autoconvince che avere due figli sia il massimo, la vetta più stupenda di quella montagna scalata con fatica e tanto, tantissimo amore.

Io e mio marito cavalcavamo l’onda dell’autoconvincimento sfrenato: “Due figlie femmine si terranno compagnia e sono più che sufficienti!”.

Poi il più scontato dei commenti: “E il maschietto non lo fate?”

Siamo sempre stati abbastanza certi che “quel terzo” non l’avremmo mai concepito! Infatti è arrivata una terza bellissima principessa generata nella spensieratezza più totale: ottobre 2019, niente Covid in vista, nessuna apparente preoccupazione.

Poi la pandemia e nel frattempo la pancia cresceva. Il mio stare bene ma perennemente sull’attenti. Una gravidanza trascorsa per lo più in isolamento. Una vera e propria tempesta emotiva! Noi tre (e mezzo) chiuse in casa per quasi tre mesi, il papà costantemente impegnato sul fronte dell’emergenza sanitaria. Nel frattempo dentro di me si faceva spazio Bianca che sgomitava e scalciava mentre fuori si scatenava l’impossibile. Il 24 giugno del 2020 lei ha deciso di nascere, con delicatezza e dolcezza, com’è tutt’ora lei.

Un periodo certamente preoccupante ma talmente eccezionale che resterà per sempre impresso nei migliori ricordi della mia anima. Quella assurda restrizione è stata la nostra riscoperta, il toccare con mano la bellezza degli affetti autentici, un modo obbligato e condizionato di esserci vissuti totalmente.

Ringrazio la mia famiglia per permettere di stare noi tutti in un equilibrio imperfetto. Ringrazio Bianca per avermi dato la possibilità di sentirmi ancora una volta invincibile, responsabile e tenace, perché una nuova vita, prima, seconda, terza o decima che sia ha la capacità di avvolgerti e di stravolgerti regalandoti ogni giorno mattoncini di amore incondizionato.

E mattone su mattone si erige una meraviglia!