Genitori in DAD

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(Ore 9.03, figlio1) Maestra: “Bambini, guardate in basso sullo schermo del PC.”  (20 microfoni che si attivano in contemporanea da manine di settenni) “Maestra, ma io non ho il PC, ho il tablet, ho lo smartphone.”

(Ore 9.17, figlio 2)Mammaaaaa!!! Ma la mamma di Diego suggerisce… vieni anche tu!” – “Amore, ma mamma sta lavorando (o per lo meno tentando) e poi ci sono i fratellini…” – “Uffa… sempre la solita!”

(Ore 10.04, figlio 2) “Mammaaaaaa!!!!! È sparito il collegamento! Vieni!!!” – Cliente al telefono. “Mi scusi, un’emergenza, posso chiamarla più tardi? ” – Cliente: “Più tardi quando?” – Io: (pranzo no, ora della nanna no, pomeriggio no c’è casino, magari chiedo al nonno di portarli al parco, no i parchi sono chiusi…) “Ehmmm diciamo verso le 22??”

(Ore 11.04, figlio 1) “Mammaaaa!!!! Davide piange, si è commosso, non riesce a parlare al microfono, chiama la sua mamma così gli parlo e lo aiuto.”

Stralci di una mattinata qualunque della prima settimana in DAD per bambini della scuola dell’infanzia e primaria.

Ciò che significa DAD, acronimo della DIDATTICA A DISTANZA, da un anno ormai lo sappiamo tutti: sulla carta la possibilità di proseguire l’attività didattica da remoto, con studenti che si collegano da casa relazionandosi con insegnanti e compagni di scuola attraverso dispositivi elettronici, possibilmente in ambienti della casa silenziosi e in solitudine. E poi c’è la pratica, che in caso di famiglie con più di un figlio, può diventare maggiormente complicata nell’organizzazione: abitazioni non sempre così ampie da poter garantire postazioni luminose e silenziose per tutti, dispositivi non sempre sufficienti, possibilità di evitare distrazioni e mantenere la concentrazione per 2/3 ore al video, elementi talvolta sconosciuti.

Se a questo si aggiungono genitori in smartworking, ecco che ben presto le case si trasformano in uffici di co-working per molte ore della giornata.

Di certo l’esperienza dell’anno scorso ci ha formati e siamo arrivati all’appuntamento con la DAD (chi ha figli dalla seconda media in su non ha mai smesso), forse un po’ più attrezzati da un punto di vista pratico. Ma da un punto di vista organizzativo ed emotivo, forse un po’ più stanchi e provati.

Sì, perché l’aspetto che con l’attivazione della DAD si è sempre dato per scontato, ovvero che le famiglie, solo perché aventi figli, si debbano organizzare per gestirli h 24, 7 giorni su 7, non è cambiato e pochi aiuti pratici e concreti sono stati stanziati alle famiglie in questo senso. Perciò molti genitori, impossibilitati a presenziare in casa, sono nuovamente costretti a chiedere aiuto ai nonni, ad altre famiglie, a baby sitter, combattuti tra la consapevolezza di generare “condizioni di rischio” e l’impossibilità di organizzarsi diversamente.

A questo sicuramente non può che aggiungersi la stanchezza di un anno, vissuto comunque sempre in allerta per il virus e con sacrifici e limitazioni, più o meno restrittive a seconda del colore della propria Regione.

Sacrifici che, se l’anno scorso venivano affrontati con la speranza che sarebbero serviti per uscire da quella situazione, ora si affrontano per inerzia e forse con una convinzione minore in termini di efficacia.

Da un punto di vista professionale, non posso che confermare la tendenza già espressa dai media di un aumento delle richieste di aiuto, soprattutto da parte di genitori in forte difficoltà nella gestione dei figli a casa, preoccupati per il futuro e poco convinti sulla possibilità di riuscire a sostenere questa situazione ancora a lungo.

Vissuti di sconforto, stanchezza, inadeguatezza perché non ci si sente in grado di riuscire a conciliare famiglia, casa e lavoro come si vorrebbe. I sensi di colpa, perché si desidererebbe più tempo per lavorare o dedicare a se stessi, sono all’ordine del giorno, con il conseguente aumento di tensioni, stati depressivi ansiosi e un peggioramento delle qualità delle relazioni di coppia e tra genitori e figli.  

Ovviamente non per tutti è così, ci sono sicuramente individui e nuclei familiari che escono rafforzati dall’esperienza pandemica, che hanno utilizzato questo periodo di limitazioni e tempi rallentati, per riscoprirsi, reinventarsi, riequilibrare relazioni appiattite o spente.

Nelle famiglie “più di due” ad esempio, dove l’organizzazione potrà risultare più complessa, il tempo trascorso insieme può aver agito positivamente su nuove forme di collaborazione, intensificato le relazioni tra fratelli di età diverse che, vivendo di più in casa, hanno avuto la possibilità di conoscersi meglio, di sviluppare interazioni prima più rarefatte, distratti dagli impegni nelle molteplici attività extrascolastiche e dalle esigenze diverse. Urla, grida, discussioni, amplificate in proporzione al numero di figli, sono sicuramente pane quotidiano, ma di contro anche il suono delle risate, la possibilità di trascorrere momenti, come le pause pranzo o gli intervalli, non necessariamente connessi con i compagni, ma in presenza di altre persone.

Per questo ritengo che, ora più che mai, sia importante fare squadra e, pur mantenendo le distanze, unirsi per un obiettivo comune. L’esempio di chi ce la sta facendo, può essere davvero di grande aiuto per chi è in difficoltà, così come l’ascolto delle sofferenze altrui, senza alcuna forma di giudizio. Molto spesso mi capita di leggere, in particolare sui social, attacchi gratuiti, violenti, a persone che esprimono un pensiero differente da quello più diffuso. Un esempio tra tutti, proprio sull’efficacia delle misure come la DAD e la preoccupazione per gli effetti sui minori. Risposte quali: “volete solo sbolognare i vostri figli”, “la scuola non è un parcheggio”, “quando vi fa comodo siete i primi a dare loro i tablet”, con espressioni di certo meno eleganti, non aiutano chi è fragile o in difficoltà, ma aumentano la distanza, l’isolamento, la scarsa fiducia verso l’altro.

Per le persone che vivono un disagio psicologico rispetto alla situazione attuale, è importante avere la possibilità di condividere le proprie fatiche, magari limitando i destinatari rispetto ai social, e sforzarsi di chiedere aiuto al partner, alla famiglia o all’esterno, anche quando non si è abituati.

L’essere umano è biologicamente predisposto per reagire a situazioni stressanti, impreviste, dolorose, ma che abbiano una durata limitata nel tempo. Alla lunga, come in questo caso, è importante fermarsi, riconoscere, legittimare la propria sofferenza e capire come poter chiedere e ricevere aiuto, ognuno secondo le proprie possibilità.